Elezioni Americane 2020: tra difficoltà di dialogo e timori per la democrazia

Foto di cottonbro da Pexels
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Servizio comunicazione istituzionale

9 novembre 2020

Le elezioni americane 2020, vinte dal democratico Joe Biden, hanno mostrato al mondo degli Stati Uniti spaccati in due, con due visioni opposte – entrambe con un importante consenso nella popolazione – che forse mai come oggi faticano a entrare in comunicazione e trovare una sintesi. Sintesi che nemmeno i media sembrano essere riusciti a fornire portando a una sorta di onnipresenza di Trump. Un’assenza di dialogo che inevitabilmente genera incertezze e tensioni, come sottolineato settimana scorsa da tre esperti USI intervenuti sulla stampa ticinese, e non solo, per aiutarci a leggere la situazione: Maurizio Viroli, sul Corriere del Ticino, Vittorio Emanuele Parsi, sulla RSI, e Stephan Russ-Mohl nel forum di discussione dell’Osservatorio europeo del giornalismo.

Professore di comunicazione politica presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI, Professore emerito dell’Università di Princeton e Professor of Government all’Università del Texas, Maurizio Viroli ha commentato dalle colonne del Corriere del Ticino (vedi articolo qui) le scelte di comunicazione politica del presidente uscente Donald Trump, che da un lato è stato più “efficace” dell’avversario nel rispondere alle attese dei propri sostenitori, dall’altro è stato autore di uscite che a suo giudizio hanno messo in pericolo la stessa “stabilità istituzionale” del Paese, in particolare l’essersi dichiarato vincitore a spoglio ancora in corso e le sue prese di posizione sul voto per posta. Affermare che i voti per posta non dovrebbero essere conteggiati è secondo il professore “una delle frasi più gravi che si possano pronunciare negli Stati Uniti d'America”. 

In un contesto dove, si è detto, la comunicazione resta difficile, il Prof. Viroli individua inoltre un ritardo nel reagire da parte del candidato democratico Joe Biden, che avrebbe dovuto puntare prima su una retorica in stile Obama, incentrata sulla “necessità di unire l’America”.

Incomunicabilità e difficoltà di dialogo tra le parti da un lato e un possibile acuirsi della “radicalizzazione” dall’altro. Questo è uno dei possibili scenari ipotizzati da parte sua da Vittorio Emanuele Parsi, docente di economia e politiche internazionali all’USI e Professore ordinario di relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, il quale in un’intervista alla RSI (vedi l'intervista qui) immagina un aumento della “radicalizzazione, già presente durante la campagna elettorale” che porterebbe a “risultati di non credibilità del sistema, ossia di messa in dubbio della correttezza dello stesso e mai visti nella storia recente degli Stati Uniti”.

Allargando lo sguardo a livello internazionale, secondo Parsi, la spaccatura interna agli Stati Uniti e l’incertezza relativa all’esito del voto presidenziale potrebbero avere delle conseguenze non indifferenti. Una vittoria di Trump avrebbe reso "ancora più complicati i rapporti con l’Europa" e sarebbe stato un regalo "alle posizioni di maggior divisione rispetto agli USA presenti in Cina”. Sul fronte opposto una vittoria di Biden non risolve i problemi ma mette "meno sotto tensione un sistema internazionale in cui gli Stati Uniti sono sempre più a parte rispetto agli altri”. Scenari che oscillerebbero dunque tra una crisi più immediata e una necessità di cambiamento nel lungo periodo.

Per quanto riguarda l’impatto che la campagna elettorale ha avuto a livello mediatico si esprime invece Stephan Russ-Mohl, fino al 2019 Professore ordinario di giornalismo e gestione dei media all'USI nonché direttore dell’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO). Nel suo intervento apparso sul forum di discussione dell’EJO (vedi articolo qui), Russ-Mohl sottolinea l’onnipresenza di Trump nei media e come i giornalisti stessi abbiano aiutato il Presidente a raggiungere questo status diffondendo i suoi “assurdi tweet”, seppur con intento beffardo, garantendogli così una visibilità costante e gratuita.