Trump e la strategia dei dazi: tre esperti dell'USI spiegano le mosse del tycoon
Servizio comunicazione istituzionale
16 aprile 2025
I dazi imposti dal presidente Trump sulle merci importatenegli USA dall'estero hanno suscitato le prime reazioni e i primi effetti sui mercati internazionali. Il Prof. Edoardo Beretta, Professore titolare presso la Facoltà di scienze economiche, il Prof. Giovanni Barone-Adesi, Professore emerito presso la Facoltà di scienze economiche e il Prof. Antonio Mele, Professore ordinario presso la Facoltà di scienze economiche, hanno commentato la politica economica del tycoon in numerosi contributi apparsi sui media locali.
I prodotti svizzeri importati negli Stati Uniti subiranno un notevole aumento di prezzo: i dazi imposti alle merci confederate prevedono infatti un sovrapprezzo del 31% dovuto alla tassa di importazione (ora temporaneamente ridotti al 10%). "La formula rapporta il disavanzo commerciale che hanno gli Stati Uniti nei confronti della Svizzera - ha spiegato il Professor Edoardo Beretta - la Svizzera esporta nei confronti degli USA più di quanto importi rispetto alle importazioni degli USA stessi. Il risultato che ne deriva (0,61) viene diviso per la metà. L'amministrazione federale sostiene di applicare progressivamente, a partire dal 2 di aprile, la metà dei dazi che questi Paesi impongono nei confronti degli Stati Uniti. Condivido la riflessione del Consiglio federale, per cui sia un calcolo difficilmente comprensibile. Prima di tutto non si tratta di dazi: nel 2024 la Svizzera li ha rimossi sui prodotti industriali nei confronti degli USA. È semplicemente un mero rapporto matematico fra il disavanzo commerciale statunitense nei confronti della Svizzera e il suo import, che nulla ci dice sull'importanza dei rapporti economici tra i due paesi. Perché siamo finiti su questa lista in maniera così rigorosa? Probabilmente perché la Svizzera è un buon partner commerciale: fornisce tutta una serie di beni e servizi agli USA, anche se sappiamo che gli USA tendono a essere dei grandi esportatori di servizi nei confronti dei paesi europei, tra cui anche la Svizzera".
L'annuncio, come ha illustrato il Professor Edoardo Beretta, ha generato una certa incertezza nell'ambito dell'export verso gli Stati Uniti. "L'export svizzero con destinazione negli USA entra ora in una fase di incertezza ulteriore rispetto a quella regolarmente vissuta con l'Eurozona per le note dinamiche di cambio franco-euro anche se l'auspicio è che, trattandosi di prodotti ad elevato valore aggiunto, ad esempio di natura farmaceutica o minerale, o manifatturiera di alto segmento come l’industria meccanica e l’orologeria, il contraccolpo sia meno significativo del previsto".
Quali misure può adottare la Svizzera per tutelarsi e limitare gli effetti dei dazi imposti da Trump? "Certamente rendere il prodotto svizzero quanto più "essenziale" oppure "di reputazione" per una quota di consumatori e aziende esteri rappresenta da sempre una valida strategia per ridurre le esternalità negative di decisioni commerciali del resto del mondo" ha spiegato il Professor Beretta. Gli effetti dei dazi commerciali, tuttavia, potrebbero non essere visibili immediatamente, ma avere ripercussioni sul lungo termine. "Dopo la decisione del 2 aprile 2025 tutti i partner commerciali degli Stati Uniti d'America siano ormai coinvolti da un dazio aggiuntivo "ad valorem" del 10% e sono ben 83 (includendo le 27 nazioni aderenti all'Unione europea) quelli soggetti ad aliquota maggiore. La Svizzera con il 31% si situa certamente nella fascia medio-alta a livello di tali nuovi dazi (che variano dal 11% al 50%) e dovrà quindi valutare particolarmente attentamente l'impatto sulla sua economia" ha commentato il Professor Beretta.
Le reazioni ai dazi annunciati da Trump sono state differenti: se da un lato la Cina ha previsto dei contro-dazi, dall’altro Svizzera e Unione europea per ora hanno dichiarato di voler intraprendere la via diplomatica per evitare di danneggiare ulteriormente le proprie economie. Ma si tratta davvero della scelta più conservativa? “Si tratta di strategie calibrate in base alla nazione; l’Unione europea è un blocco di Paesi che ha avuto relazioni sempre molto solide con gli Stati Uniti da un punto di vista finanziario e commerciale. La Cina invece si pone un po’ come l’alterego orientale degli USA, in parte in contrapposizione con il modello occidentale, pertanto è ovvio che la reazione sia differente. La Cina inoltre, per vari motivi, è in una posizione di forza rispetto agli USA, e ciò permette di imporre dei contro-dazi” ha spiegato il Professor Beretta. Dal canto suo, nel contesto di una negoziazione, la Svizzera può far leva sulla "strategicità del suo export negli USA, ma anche sull'importanza di buoni rapporti commerciali con un Paese europeo dall'economia solida e di alta reputazione", evitando però di considerarsi e porsi in una posizione di eccessiva debolezza.
Considerando il fatto che il mandato di Trump avrà una durata limitata, il Professor Beretta sottolinea l'importanza di non reagire in modo affrettato, ma piuttosto di riflettere e valutare l'evolversi della situazione, considerando la possibilità che sia transitoria. Tra le possibili strategie difensive dell'Europa potrebbe esserci, come suggerito da Mario Draghi, la possibilità di investire sul mercato interno europeo, una via che, come ha ricordato il Professor Beretta, presenta però delle criticità: "Puntare sul mercato interno è sempre una buona opzione, tuttavia il mercato europeo è un mercato abbastanza vecchio, con minori opportunità rispetto a mercati più giovani che necessitano di determinati beni per stimolare una determinata produzione; stimolare la domanda interna non è dunque così semplice ed è un’operazione che richiede tempo".
Il Professore dell'USI evidenzia tuttavia un ulteriore aspetto: la via intrapresa da Trump potrebbe danneggiare in primis le imprese e i cittadini statunitensi: "Ritengo che negli USA si stia "sovrasemplificando" un tema ben più complesso. Per prima cosa, l'import americano è il risultato delle libere decisioni di imprese ed economie domestiche locali. Quindi, i dazi andranno a danneggiare in primis proprio tali soggetti economici americani che potranno acquistare beni e servizi esteri a prezzi più elevati oppure dovranno ridurre la diversità di prodotti a cui accedere. Secondo aspetto: tale "localismo" potrà magari ridurre lo squilibrio di bilancia commerciale americana, ma siamo sicuri che il settore produttivo interno riuscirà con rapidità a produrre a sufficienza quei beni e servizi non più importati dal resto del mondo?"
Le possibili conseguenze per il popolo americano sono state sottolineate anche dal Professor Giovanni Barone-Adesi: "C’è una componente inflazionistica. Credo che Trump sia il primo repubblicano della storia ad alzare le tasse ai consumatori, e quindi alle persone del ceto basso, visto che il 95% di quello che indossano, per rimanere ai vestiti, è fabbricato all’estero, in gran parte in Cina e Paesi collegati. Ma l’impatto sull’inflazione dovrebbe rimanere contenuto, visto che in America non si può vendere direttamente al pubblico, ma bisogna avere distributori locali, che in genere hanno margini colossali, e quindi possono assorbire una parte dell’impatto dei dazi. Chiaramente è bene che sia stata presa una decisione più ragionevole di sospendere le nuove tariffe per 90 giorni. Ci saranno dei margini per trattare con i Governi dei Paesi colpiti e molti - dice Trump - saranno disposti a fargli grandi concessioni. Anche perché su alcune pratiche, come la difesa di aziende definite strategiche, alcuni Governi europei abusano della loro "golden share"".
Secondo il Professor Beretta inoltre, considerando le origini del disavanzo americano - originatosi dopo la seconda guerra mondiale -, i dazi non sono lo strumento correttivo corretto: "Ipotizzare che il disavanzo commerciale, che gli USA accumulano in misura crescente dai primissimi anni '70, sia in parte risolvibile con dazi è, secondo me, poco plausibile. Più probabilmente, i dazi verranno utilizzati come "strumento di contrattazione" nella politica internazionale".
Il Professor Beretta ha inoltre ricordato lo stretto legame tra relazioni internazionali e rapporti economici: in un contesto critico come quello attuale la politica dei dazi attuata da Trump non può essere sottovalutata.
Ciò che è certo, come ha sottolineato il Professor Beretta, è il fatto che le scelte di politica economica del tycoon hanno avuto evidenti effetti sul mercato finanziario: "In questo momento i mercati sono estremamente agitati e volatili, quindi tutti i soggetti che direttamente o indirettamente hanno investito stanno subendo questa volatilità e, conseguentemente, grandi perdite. Sappiamo che ci sono molti fondi che stanno cercando di disinvestire dal mercato azionario, e questo è il motivo delle perdite. I mercati asiatici hanno aperto particolarmente in negativo per via dei contro-dazi applicati. Sicuramente si tratta di un momento non positivo per chi non ha le conoscenze o la propensione al rischio per investire, ma è importante non perdere la calma". Come spiegato dal Professor Beretta, il fatto che ci sia stato un crollo dei mercati non implica che sia un buon momento per investire: "È estremamente rischioso, già solo il fatto che i principali attori economico-finanziari stiano disinvestendo è sinonimo del fatto che vi sia una grande sfiducia nei confronti della situazione attuale e probabilmente una difficoltà nel comprenderla".
Cali del genere non venivano registrati dai tempi della pandemia di COVID-19 e, come spiegato dal Professor Giovanni Barone-Adesi, le Borse europee potrebbero essere vicine alla "soglia del dolore": "La politica dei dazi di Trump divide il suo Governo in due campi, fra quelli che spingono sui dazi “perenni”, come il suo consigliere Peter Navarro e gli esponenti più ragionevoli, come i ministri Howard Lutnick o Scott Bessent, che vedono queste misure come arma negoziale. I mercati si preoccupano quando Trump pende più verso il primo campo".
I ribassi sono stati ulteriormente influenzati dai "margin call": le richieste dei broker agli investitori di aumentare i fondi depositati, così da poter coprire eventuali perdite. "Questi hanno influito, ma è più preoccupante l’appello dell’EBA (l’Autorità bancaria europea) secondo cui un quarto delle banche europee non hanno abbastanza dollari per far fronte ai loro impegni. Durante la crisi dei subprime la Fed intervenne con degli swap, ma ora con Trump alla Casa Bianca non sappiamo se questo accadrà ancora" ha commentato il Professor Barone-Adesi.
Il tracollo dei mercati ha spinto il presidente americano ad annunciare una pausa di 90 giorni, probabilmente ascoltando le richieste giunte da Wall Street: "Qualcuno dei suoi consulenti o delle persone più vicine a lui deve avergli fatto notare che non si può reindustrializzare il Paese cercando di raggiungere il pareggio della bilancia commerciale usando ‘la clava’ dei dazi. Comunque questa pausa è limitata a una parte delle tariffe doganali, ossia quelle reciproche e aggiuntive annunciate dal Giardino delle rose della Casa Bianca qualche giorno fa. Ricordo che restano i dazi base al 10% deliberati in precedenza" ha puntualizzato il Professor Barone-Adesi.
I mercati sono dunque tornati a registrare un saldo positivo, questo tuttavia non significa, come spiegato dal Professor Antonio Mele nella sua intervista andata in onda a TeleTicino, che la crisi possa ritenersi superata: "Il fatto che la Borsa si sia ripresa negli Stati Uniti e in diverse piazze europee non deve essere motivo di ottimismo; si tratta di piccoli rimbalzi che possono avvenire perché ci sono dei fattori tecnici che soggiacciono a queste riprese di posizione. Non mi sembra però di intravvedere nessun segnale di distensione da parte del presidente degli Stati Uniti in merito alla possibilità di allentare la politica economica scellerata che è in grado di provocare terremoti in tutto il mondo. Io non sono ancora riuscito a intravedere nulla che possa far pensare a un miglioramento nei prossimi mesi; ciò non toglie che potrebbe avvenire. È difficile decifrare la politica commerciale degli USA nei prossimi mesi perché non è chiaro qual è il messaggio finale che Trump vorrà dare alla sua azione". Il Professore dell'USI ha successivamente sottolineato come l'incertezza del periodo sia legata, anche, all'imprevedibilità del tycoon, il quale potrebbe rivedere e riadattare la sua politica economica anche più volta nel corso dei prossimi mesi. "Il problema è che questa volatilità potrebbe causare situazioni molto scomode per tutti noi, perché i mercati reagiscono negativamente alle prospettive di contrazione della domanda globale futura; questo è un vero shock, che porta alla perdita di operatori finanziari, e quando un grande operatore finanziario, come una banca,è in difficoltà, possono esserci gravi ripercussioni sull'economia reale".
Parlando di conseguenze sull'economia reale, il Professor Mele ha ricordato come aumenteranno i costi di produzione negli USA, e ciò potrebbe creare uno degli scenari peggiori: "Non soltanto aumentano i prezzi, ma si contrae anche l'attività economica". A perdere sono però anche gli operatori finanziari che investono nelle aziende: "Se gli operatori finanziari perdono, il sistema finanziario nel complesso avrà meno soldi da prestare al settore reale dell'economia, vi è dunque un secondo effetto: la retroazione dei mercati finanziari nei confronti dell'economia reale. Essi infatti reagiscono alle prospettive dell'economia reale, ma allo stesso tempo retroagiscono sull'economia attraverso un volume di prestiti ridotto che agisce come ulteriore effetto di depressione dell'attività economica".